Otto piccoli inchini

 

Questo non è un libro vero e proprio: vorrebbe essere, piuttosto, qualcosa di lieve e fluttuante come una cadenza cerimoniale di piccoli inchini, e insieme qualcosa di franco e schietto come uno scambio di strette di mano tra amici. Nelle sue pagine, brevi riflessioni di Paolo Lagazzi sul senso di parole quali poesia, follia e magia, o sulla straordinaria figura di un maestro zen, si alternano con alcune tavole a colori di Daniela Tomerini in un contrappunto tra emozioni e pensieri, passi e soste, voci e silenzi.

Copertina flessibile: 55 pagine

Editore: Gruppo Albatros Il Filo (14 ottobre 2011)

Collana: Nuove voci

ISBN-13: 978-8856750560

Nessuna telefonata sfugge al cielo. Piccole storie notturne

 

‘Nessuna telefonata sfugge al cielo’ è una raccolta di 25 racconti brevi di Paolo Lagazzi pubblicato nel 2011 dall’editore Nino Aragno.

Il narratore delle storie è il dio Ermes che ai tempi degli antichi Greci e Romani proteggeva e sorvegliava tutto quanto vi era di più ambiguo, dai luoghi di confine e passaggio, ai ladri che rimanevano nell’ombra in agguato e a coloro che indagavano e studiavano tutto quello che era occulto.

Editore: Aragno (1 maggio 2011)

Collana: Biblioteca Aragno

Lingua: Italiano

ISBN-13: 978-8884195098

Forme della leggerezza

 

In un mondo troppo spesso dominato dal demone della pesantezza, dalla rigidezza delle idee e dal risucchio asfissiante delle cose, Paolo Lagazzi ha cercato per anni, nella letteratura e nell’arte, l’orizzonte della leggerezza. Lagazzi sa mostrarci come la leggerezza si annidi, fluttuando, tra le volute del caso e il vento del destino e soprattutto sa cogliere, anche nei mondi degli autori più tragici, dolorosi e arsi, semi di quella leggerezza che è il soffio dell’altrove, la fiammella della grazia, il battito irriducibile della speranza, o quella misteriosa radice, capace di far spuntare le ali, di cui parlava Aristofane negli Uccelli.

Copertina flessibile: 302 pagine

Editore: Archinto (7 aprile 2010)

Collana: Lettere

ISBN-13: 978-8877685469

La casa del poeta

Per ventiquattro anni, ogni estate, Paolo Lagazzi si è inerpicato lungo la strada serpeggiante che da Parma conduce verso la casa di Attilio Bertolucci.

In quelle estati Lagazzi ha trovato nel poeta parmigiano un maestro e un amico. Ha subito il fascino della sua selvatica pazienza. Ha condiviso con lui la quiete della dimora e le vibrazioni della natura. Ha avvertito il tremendo e l’«intatta ilarità d’infanzia». Ha visto come Bertolucci potesse abitare nel corpo vivo del mondo e al tempo stesso nella verità della poesia. La casa del poeta ci fa capire come la poesia possa irradiare una «luce vera», in grado di illuminare il nostro incerto cammino nel mondo.

Copertina rigida: 187 pagine

Editore: Garzanti Libri (22 maggio 2008)

Collana: Le forme

ISBN-13: 978-8811600756

Per un ritratto dello scrittore da mago

Prendendo spunto dalla studio di Jean Starobinski sul saltibanco, il libro nasce dal desiderio di spostare l’indagine del critico ginevrino su una figura prossima a quella del funambolo, ma insieme sottilmente diversa: il mago (nel senso, anzitutto, di prestigiatore). Anche nei gesti del prestigiatore, scrive Lagazzi, possiamo riconoscere uno degli emblemi più eleganti e vertiginosi dell’arte contemporanea. Queste pagine celebrano (scrive Valerio Magrelli nella prefazione) la “fase sorgiva dell’atto letterario” e, in controluce ad essa, la possibilità di un taglio gioioso, pregnante e liberatorio, dell’esercizio critico.
***

Quale altro libro poteva essere più con­sono ad aprire una collana nel segno di Hermes – il dio degli incanti e degli stratagemmi, delle menzogne e delle magie – se non questo Ritratto dello scrittore da mago che si annuncia fin dall’inizio, con la sua alternanza di figure, di criptici segni, di auree parole, come una misteriosa scatola di giochi, un mazzo di carte truccate, una lanterna magica, un caleidoscopio di imma­gini colorate e mutevoli che ingannando gli occhi confortano lo spirito? Già da tempo, con gli studi dedicati alla poesia di Attilio Bertolucci, alla narrativa di Silvio D’Arzo, alla saggistica letteraria di Pietro Citati (per limitarsi ai più noti), Paolo Lagazzi ci aveva abituati a una scrittura in cui la profondità dell’indagine si conciliava con la leggerezza e la grazia di uno stile aereo, metamorfico, scintillante: ma qui, in queste pagine volutamente frammentarie, dedicate ad alcune delle figure più stralunate del nostro Novecento (come Bruno Barilli o Zavattini) o alla narrativa gialla (da Agatha Christie a Chesterton), Lagazzi rivela (ma senza troppo svelare) il carattere cangiante, illusionistico, mozartiano della sua idea di lettura e di scrittura: il critico letterario non può limitarsi, come da troppo tempo accade, «a leggere fra le righe, a togliere maschere, a smontare effetti», ma deve sapersi abbandonare a quell’immaginoso gioco delle forme e della vita, in cui consi­ste, da Omero ad oggi, il mondo fiammante e rapinoso della letteratura, sia che esso voglia semplicemente incantarci con le sue storie, sia che voglia farci meditare sul destino dell’uomo e sulla natura dell’uni­verso. Ma questi «frammenti di un discorso magico», a legger bene, sono anche una pudica, appena accennata, ma non meno profonda «educazione sentimentale»: la storia di un figlio che inventa un suo modo di leggere per onorare la figura, candida e struggente, del padre che raccontava ai suoi bimbi «storielle fatte di nulla», iniziandoli ai prodigi illusionistici della parola.

Copertina flessibile: 128 pagine

Editore: Moretti & Vitali (2006)

ISBN-13: 9788871863115

Premio Speciale Montale Fuori di Casa 2017

Il 12 aprile 2017, alle ore 17,30, nella sede del Gabinetto Vieusseux di Firenze, sarà assegnato al professor Paolo Lagazzi il “Premio Speciale – Montale Fuori di Casa” per la critica letteraria e la saggistica.

 

Motivazione

Intellettuale proteiforme, raffinato critico letterario, saggista, scrittore, studioso di letteratura italiana e straniera del Novecento e di poesia giapponese, Paolo Lagazzi è sì tutto questo ma molto di più. Sfugge ad ogni definizione questo attento conoscitore del buddismo zen, questo esploratore di costellazioni magiche, di miti e leggende, questo sottile cultore di musica, cinema e pittura. Se Doriano Fasoli riconosce in lui uno dei critici letterari contemporanei più originali ed eclettici, Davide Rondoni evidenzia la sua peculiarità di  critico “entusiasta”, capace di introdurre chi lo segue ad una curiosità vera verso il significato dell’esistenza .

Da ultimo Lagazzi si è confrontato anche con il romanzo pubblicando nel 2014 per la casa editrice Passigli “Light stone“, quasi una summa dei suoi più grandi amori: la poesia di Attilio Bertolucci (da un verso del quale prende titolo il libro), la cultura giapponese, la filosofia zen, la musica. Il risultato è un libro elegante, raffinato, poetico e struggente, tagliente come una pietra di luce.

 

Il Premio Montale Fuori di Casa, giunto al suo ventunesimo anno di vita, ha la sua sede storica a Sarzana, ma si svolge dal 2016 anche nelle tre città, “patrie adottive” del Premio Nobel: Genova, Firenze, Milano.

Nel capoluogo toscano lo scorso anno, a Palazzo Panciatichi, sede del Consiglio Regionale della Toscana, è stato premiato il poeta e studioso di miti ladini Nicola Dal Falco.

Quest’anno il 12 aprile al Gabinetto Vieusseux, di cui Montale fu Direttore dal 1929 al 1938, Adriana Beverini, consegnerà il “Premio Speciale – Montale Fuori di Casa” a Paolo Lagazzi: porteranno inoltre un saluto al Premiato, la Direttrice Gloria Manghetti, Eugenio Giani, Presidente del Consiglio Regionale della Toscana; dialogherà con il Professor Lagazzi, Nicola Dal Falco.

A fine incontro saranno donati al pubblico, sino ad esaurimento copie autografate dei libri: “La stanchezza del mondo. Ombre e bagliori dalle terre della poesia” (Moretti e Vitali editori) e“Light Stone” (Passigli edizioni 2014).

Il Premio si svolge in collaborazione con il Pen Club Italia e la Fondazione Il Fiore.

 

Fogliolina

 

Copertina flessibile: 64 pagine

Editore: Editing (19 febbraio 2006)

Collana: I libri della vela

ISBN-13: 978-8888879932

Cinquanta Foglie allo Spazio Tadini

Spazio Tadini mercoledì 8 febbraio 2017 alle ore 18.30 Paolo Lagazzi, saggista, scrittore e tra i maggiori esperti di poesia nel panorama letterario nazionale presenta in anteprima assoluta il suo ultimo libro: Cinquanta foglie (五十枚の葉) : Tanka giapponesi e italiani in dialogo – casa editrice Moretti e Vitali (ingresso libero).

L’autore, ispirandosi a quell’antico cerimoniale per cui il tanka era veicolo di messaggi amorosi, o di scambi di pensieri tra amici nel libro raccoglie venticinque tanka giapponesi recenti proposti a venticinque poeti italiani invitandoli a rispondere con un loro tanka. Un vero e proprio dialogo.

LA MOSTRA

La presentazione del libro sarà accompagnata da una mostra di opere di Satoshi Hirose e Daniela Tomerini dall’8 al 19 febbraio

Anch’essa un dialogo tra un artista giapponese e un’artista italiana. Secondo Paolo Lagazzi la libertà intima della poesia è la via più vera per ritrovare ciò che unisce gli uomini, ciò che li fa sentire, anche nei momenti più oscuri della storia, partecipi della stessa magia, dello stesso mistero del mondo.

Alla serata inaugurale, ad ingresso gratuito, parteciperanno, insieme al curatore, Yasuko Tatsumura (traduttrice), Alberto Moro (presidente dell’Associazione Culturale “Giappone in Italia”), i poeti Giancarlo Consonni, Adele Desideri, Umberto Fiori, Tomaso Kemeny e il maestro zen Fausto Taiten Guareschi.

Durante la serata brani di musica giapponese saranno interpretati all’arpa da Floraleda Sacchi.

LA CONFERENZA SULLA POESIA GIAPPONESE

Come appendice di questo evento, sabato 11 febbraio, a partire dalle ore 18, Paolo Lagazzi terrà presso lo Spazio Tadini una conferenza sulla poesia giapponese antica e moderna. (ingresso 5 euro)

Stralcio dal libro Cinquanta foglie: Tanka giapponesi e italiani in dialogo – casa editrice Moretti e Vitali :

“Ciò che più mi affascina del tanka è la plasticità, il carattere
insieme sciolto e concreto, la schietta vocazione metamorfica. Se,
da un lato, ha resistito nei secoli senza modificare il suo impianto
metrico, dall’altro si è dischiuso ai contenuti più disparati, da quelli
tipicamente “cortesi” (l’amore e la natura, le galanterie, i sospiri,
le lacrime, le lune, i fiori di ciliegio, le brezze che increspano i momenti…) fino a quelli peculiari dei tempi moderni (treni, metropoli, luci artificiali, malattie o ansie di nuovo genere…) scivolando in souplesse attraverso le innumerevoli pieghe dell’umana esperienza, nutrendosi di tutto e spostandosi senza tregua verso altre prospettive, occasioni, visioni.
Mentre lo haiku richiede un esercizio tagliente, vertiginoso dello
sguardo che solo, forse, chi si sia nutrito in modo radicale dell’insegnamento zen può liberare dal fondo del suo essere, il tanka si offre alla pratica artigiana dei poeti come uno strumento duttile,
come un oggetto agile e discreto. Rispetto alla brevità lirica, assoluta
e fiammante dello haiku, il tanka porta in sé un germe narrativo o
discorsivo, è sensibile a temi che sono, in nuce, racconti, ma, come
10 un ventaglio aperto e subito richiuso, li contiene in uno stringato e vibrante intarsio contrappuntistico, in un disegno circoscritto, allusivo. Proprio per questa sua natura disponibile al dialogo e insieme protetta dagli dèi della forma, al tanka fu, per molto tempo, affidato il compito di messaggero, di confidente, di postino dell’anima”.

Paolo Lagazzi per L’Accademia Mondiale della Poesia

A Verona, il 18 marzo, dalle ore 17, nella Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico, si terrà la sedicesima edizione della Giornata mondiale della poesia a cura dell’Accademia Mondiale della Poesia. 

Nata nel 2001, l’Accademia Mondiale della Poesia si pone come fulcro della poesia italiana e del mondo. La sua fondazione fu una conseguenza della costituzione nel 1999 da parte dell’UNESCO della Giornata mondiale della poesia. Era necessario infatti che ogni Paese membro celebrasse il 21 marzo di ogni anno la Giornata mondiale della poesia e che ci fosse un’organizzazione capace di riunire poeti da tutto il mondo costruendo un forte legame tra le espressioni poetiche internazionali. Si svolse quindi a Verona, città già patrimonio dell’UNESCO, la cerimonia di fondazione dell’Accademia alla quale parteciperanno una cinquantina di poeti e tra i soci fondatori ci fu anche Mario Luzi e il premio Nobel Wole Soyinka.

L’evento sarà aperto dal Presidente dell’Accademia Patrizia Martello a cui succederà Mohamed Nadir Aziza, cancelliere onorario. Successivamente la parte cardine dell’evento: il dibattito sul tema della manifestazione Poesia come DNA del mondo: identità e tradizioni nel mondo contemporaneo con Paolo Lagazzi, Raquel Lanseros e altri.

Abbiamo intervistato Paolo Lagazzi, noto critico letterario e scrittore, nonché collaboratore dell’Accademia Mondiale della Poesia.

Anzitutto grazie per la sua disponibilità. “La Poesia come DNA del mondo”, come mai questo titolo?

Il titolo è un’idea di Davide Rondoni.

Quando usiamo l’espressione la poesia come DNA del mondo dobbiamo tornare indietro ed esaminare per primo la parola mondo, che è molto diversa dalla parola realtà, perché è un termine che ha delle risonanze simboliche, sapenziali, ermetiche molto antiche. Pensi al De armonia mundi, un testo classico dell’esoterismo rinascimentale che univa cristianesimo e neoplatonismo.
Il mondo è uno spazio immaginativo di grande respiro,  ci rilancia verso un’idea di cosmicità e ci invita a riappropriarci di una visione grande che va ai limiti della realtà pragmatica. Ci sono diversi autori che hanno utilizzato la parola mondo, e in ben cinque miei libri l’ho ripresa La parola mondo ci invita anche a sentirci tutti collegati, il mondo è una realtà di collegamento, di legame fra tutti gli aspetti dell’universo visibile e non. Il DNA è, invece, la struttura del mondo. Dire che il mondo ha un DNA significa dire che il mondo è una realtà vivente e che è fatta da tante cellule ognuna delle quali ha lo stesso DNA; ciò vuol dire che siamo tutti fratelli, fra di noi, ma anche con i vari elementi della natura. Ed è più bello pensare che questo DNA che dà una struttura, una solidità al mondo sia la poesia. È una specie di lieto annuncio, di vangelo laico ma anche sacro. Perché la poesia è un linguaggio cosmico per eccellenza, che va al di là di ogni ideologia e ci fa ritrovare la fraternità invitandoci a liberarci dal nostro io; possiamo sentirci in sintonia con l’universo solo se ci liberiamo dai nostri ego. E tutti i veri poeti fanno questo, ci rigettano verso una visione cosmica. Da qui il titolo molto bello ” La Poesia come DNA del mondo”. Poi durante l’evento ci sarà un dibattito in cui ogni poeta dirà la propria e gli darà un significato diverso e particolare, questo comunque è il mio.

La manifestazione è giunta alla sedicesima edizione. Cosa è cambiato e cosa è rimasto immutato?

Sono circa dieci anni che collaboro con l’Accademia Mondiale della Poesia, ma posso dire che in questo arco di tempo la manifestazione si è molto arricchita. Prima era un po’ frammentaria, anche se con delle cose molto belle che però potevano essere recepite dal pubblico in maniera apunto frammentaria, adesso, invece, stiamo facendo un bel lavoro di squadra, stiamo facendo prendere all’Accademia respiro. 
Quest’anno ad esempio l’evento sarà diviso in due parti: la prima, al mattino, sarà dedicata alle scuole. La seconda parte, nel pomeriggio, riprende parzialmente lo spirito del mattino rilanciando. 

Novità di quest’anno il concorso di poesia Tanka, quel tipo di componimenti brevi nati in Giappone. Ce ne parli. 

Sì, come dicevo al mattino ci sarà un concorso per le scuole che nasce dal mio libro “Cinquanta foglie”, che è un dialogo tra poesia italiane e giapponesi. Ho preso venticinque Tanka, un tipo di componimento breve antichissimo del giappone, di soli 5 versi con schema sillabico 5-7-5-7-7, che veniva usato per scambiarsi dei messaggi tra amici, amanti, in diverse occasioni ad esempio prima di una battaglia, dopo aver bevuto il tè o dopo una notte d’amore e venivano scritti su ventagli o su carta pregiata. Allora mi è venuta un’idea: in quest’epoca di grande intolleranza ideologica fra oriente e occidente volevo provare a sottoporre a venticinque poeti italiani venticinque Tanka giapponesi contemporanei, chiedendo a ciascuno di rispondere con un suo Tanka. Mi è venuta poi l’idea di lanciare la stessa cosa nelle scuole. Verona è la seconda città dopo Pescara in cui, coinvolgendo provvedirtori e sindaci, sono riuscito a innestare una sperimentazione nelle scuole. I bambini o i ragazzi scrivono dei Tanka spesso inconsapevolmente mandandosi dei messaggi di formalità, il che ha due vantaggi: prima di tutto i messaggi brevi ai ragazzi ricordano i messaggini che si scambiano col cellulare, però gli educano allo stesso tempo alla libertà nella forma, a quella libertà che è il rispetto di una tradizione. Quindi durante la mattinata si leggeranno i Tanka migliori scritti appunto dai ragazzi, il pomeriggio ci saranno cinque poeti italiani che dialogheranno in forma di Tanka con cinque poeti arabi. Ed è molto bello, perché l’occidente oggi rischia purtroppo dei malintesi con l’ambiente islamico. Sarà un’occasione di alto valore simbolico e se venisse ripreso successivamente, potrebbe insegnare a tutti che la poesia non ha riguardi ideologici ma ci fa sentire fratelli, un po’ come diceva Ungaretti. 

Ci saranno anche molti poeti provenienti da ogni parte del mondo, questo fa pensare che la città di Verona sia aperta alle influenze culturali degli altri paesi. Cosa nasce da questo incontro?

Se non viviamo in un’ottica di mondialità adesso, quando? Ci sarà la poetessa giapponese Ikuku Sagiyama, che insegna all’università di Firenze. Ci sarà anche Wallis Wilde Menozzi, statunitense e scrittrice di prosa e di versi. Poi ci saranno alcuni poeti provenienti dal mondo arabo. È un crogiolo di culture diverse e la poesia è lo strumento che si presta a creare questi ponti. La parola ponte è molto bella, perché è una parola dalle ampie risonanze simboliche come la parola mondo. Il festival sarà un’occasione e si spera che nei prossimi anni di incrementare sempre di più questo spirito.

L’Accademia mondiale della poesia è nata in una città, appunto Verona, che ha dato i natali a Catullo, ha ispirato Shakespeare e tanti altri, il vostro scopo è quindi quello di portare avanti questa tradizione poetica? Con quali aggiunte?

Sì, citare Catullo e Shakespeare significa citare la tradizione occidentale. Però l’Accademia Mondiale della Poesia si vuole aprire anche ad altre tradizioni. Direi che sono presenti entrambi gli obiettivi: rilanciare il senso della nostra identità occidentale, della nostra grande tradizione letteraria e poetica e nello stesso tempo aprirci anche agli altri mondi culturali. C’è anche un effetto specchio in questo presupposto, nell’altro si ritrova più profondamente se stessi. Più ci apriamo al mondo, più riscopriamo anche il nostro occidente. Non dobbiamo avere paura quindi di aprirci all’altro, è invece il confronto con l’altro che ci permette di riscoprire più intensamente la nostra tradizione. 

Si può ancora vivere di poesia? Qual è la vostra personale visione sulla salute della poesia in Italia?

Dipende quello che si intende per vivere di poesia. Se si vuole vivere vendendo i propri libri di poesia purtroppo la risposta è no, ma non è una novità. Anche i grandi poeti del Novecento, Montale ad esempio, non viveva di questo. Perché il pubblico che legge poesia è sempre stato minore rispetto a quello che legge la prosa. Ma se mi chiede se si può vivere di poesia intesa come quel qualcosa che può nutrire la nostra vita, l’anima, la mente allora direi assolutamente di sì. 
Ho fatto parte della giuria di alcuni dei maggiori concorsi e ho visto che molti giovani hanno bisogno di scrivere poesia, ma non solo loro. La poesia è una cosa che riguarda tutti, è democratica, non ci sono fasce privilegiate. In definitiva direi che c’è questo bisogno di nutrire la vita di poesia. 

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, tre anni fa ho pubblicato un libro dal titolo “La stanchezza del mondo”. Molte volte ci rendiamo conto che viviamo nell’età della stanchezza. Ho l’impressione che la stanchezza che si è accumulata storicamente nel mondo e le delusioni che ci hanno provocato le promesse non mantenute della politica, dell’economia, della scienza, alla fine hanno creato un disgusto tale che investe anche la poesia. La poesia, prima di essere un’arma di resistenza contro gli aspetti negativi realtà, è prima di tutto testimonianza e, visto che viviamo in un’epoca di stanchezza, di conseguenza anche la poesia diventa stanca, perché appunto deve testimoniare questo. Io vedo, leggendo testi anche di giovani, che la poesia diventa una palude, implode su se stessa e le parole della stanchezza generano una stanchezza delle parole. Un meccanismo tremendo. 
Ha sempre ragione Hölderlin, il filosofo tedesco che disse: “Ciò che resta lo fondano i poeti”. Di fronte a tutta questa negatività le parole dei poeti riescono tuttavia ad offrire un’alternativa. Non perché siano dei vati, dei profeti, ma perché in loro c’è il desiderio di scoprire il mistero dell’altro, dell’altrove, anche nei nostri qui ed ora della nostra esperienza quotidiana. Il poeta sa vedere in delle occasioni semplici qualcosa che può generare un sentimento di apertura verso un mondo diverso. È questo è cio che la poesia sa testimoniare anche in mezzo a questa stanchezza, a questo sfacelo che ho elencato. È difficile fornire un quadro unitario della poesia italiana contemporanea, direi che ci sono alcuni ottimi poeti, altri che sperimentano. È un misto di tutto questo. Ma credo che la situazione negli altri Paesi sia pressoché uguale.

Vertigo: l’ansia moderna del tempo

 

Il sentimento del tempo scandagliato nelle nuove forme che va assumendo ai giorni nostri: l’ansia, il senso di vertigine e di spaesamento di fronte ai ritmi frenetici della quotidianità; e insieme il bisogno di una seconda occasione per ridare un significato alla vita.

***

Quello che ci è dato di attraversare è davvero il tempo dell’ansia e delle vertigini. Presi fra gli appelli incessanti della civiltà della fretta, le impasse del mondo e le voragini del nostro cuore, ci dibattiamo come funamboli su un filo sdrucciolevole alla ricerca di qualcosa che ci liberi dal senso di precarietà dei giorni, che dia consistenza e respiro alle nostre vite. Molte fra le opere della letteratura, dell’arte e del cinema novecenteschi testimoniano la marea montante dell’ansia di fronte ai vortici del tempo. Muovendosi fra testi narrativi e poetici, tra film e quadri, riti mediatici e scenari epocali, Paolo Lagazzi focalizza la sua attenzione su alcuni dei capolavori di Joseph Conrad, di Alfred Hitchcock e di Bernard Malamud.

Copertina flessibile: 128 pagine

Editore: Archinto (1 gennaio 2002)

Collana: Gli aquiloni

ISBN-13: 978-8877683502

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