Gualtiero De Santi: Furfanterie d’artista

Furfanteria d’artista

di Gualtiero De Santi

Paolo Lagazzi è uno studioso sicuramente straordinario (del suo lungo e fortunato lavoro di saggista occorre ricordare quantomeno i testi critici su Bertolucci, “Attilio” come ancora lo chiama lui), ma da alcuni anni si è anche trasformato in un singolarissimo narratore. Suoi sono infatti due libri di fiabe – La scatola dei giochi del 2000 e La fogliolina del 2006 – cui adesso vanno ad aggiungersi le “Piccole storie notturne” (così il sottotitolo) di Nessuna telefonata sfugge al cielo (Aragno, Torino 2000). Vicende anch’esse singolari e inconsuete di personaggi che si muovono dentro l’oscurità, risolte tuttavia nel giro di umoristiche (o quantomeno umorali) arrotature, all’apparenza anche intelaiabili in un disegno da humour noir. Infine con esiti non inquietanti ma quasi sempre paradossali e sorprendenti.

Il killer della prima storia, Qualcosa di dolce, commette l’errore di destare dal sonno in cui beatamente versa la persona che deve far fuori e finisce così per assumere in sua vece una pastiglia al cianuro; l’imprevidente criminale di Cinque minuti di relax, dopo appunto essersi ben concesso il tempo a lui necessario per riposarsi, allora che finalmente si decide a eliminare la vittima designata scopre che non c’è nessuno in casa e si spara un colpo alla tempia: per non contravvenire alla norma che vuole che con un assassino entrato furtivamente in un appartamento ci debba scappare il morto.

Da quanto ancora si potrebbe desumere dal succitato sottotitolo, le storie di Lagazzi sono brevi, tuttavia mai ridotte a una misura lillipuziana o a minimi termini come avvenne nel caso di tanti autori che gli stanno sicuramente alle spalle (Campanile, Allais, Zavattini, la piccola folla degli autori parmigiani e emiliani). Rispetto ad essi, il nostro ancor giovane raccontatore sta in una relazione antifonale, lui di fronte a loro per certe soluzioni narrative e per gli estri. E qui, oltre al disegno architettonico padano o meglio latamente mitteleuropeo, ma non nel senso di una letteratura della crisi, scatta un’altra suggestione: quella di sortilegi appartenenti a un tipo di scrittore che predilige il fuoco in scena (Bruno Barilli), o che incorre nella magia bianca (Bontempelli) e se si vuole nel doppio (Zavattini). Tutti ambiti trattati da Paolo Lagazzi in un suo libretto di saggi. Ora, il diletto poliziesco si giova anche di uno spettacolo di luci e cristalli e specchi, che appartiene al miglior esprit de divertissement. Come annotato a suo tempo da Chesterton, l’investigatore di un crimine è il critico, laddove il delinquente è l’artista creatore. Rispetto a Zavattini, a Bontempelli, allo stesso Chesterton, Lagazzi ha svolto come meglio non avrebbe potuto fare il ruolo di detective. Ma era fatale che il murdery tale lo trascinasse dall’altra parte della barricata a compitare le proprie esperienze fantastiche della notte. Il fatto è che il suo lavoro critico ha fecondato l’esperienza narrativa, e questa a propria volta ha potuto illuminare con la sua singolare determinatezza l’impegno del saggista. Così nella ragnatela delle storie lagazziane, entra (forse) un altro elemento: quel gusto del disegno preciso e minuziosamente rifinito che potrebbe derivargli dalla frequentazione del mondo nipponico. Un piacere della rifrazione espressiva che non si perde in simbolismi, e che invece dell’intensitàsegnica ama dar chiaroscuri inaspettati ai propri teoremi espressivi, contesti di una sostanza che non deve atterrire, se è vero che queste storie, rubate in origine all’orizzonte anglosassone (Poe) e non solo a quello, sono nate da una richiesta della figlia dell’autore, soddisfatta dei libri di fiaba scritti per lei dal padre ma desiderosa di leggere altro.

Con la sveltezza degli illusionisti, Lagazzi fa uscire dalle maniche dalla propria giornea personaggi eterogenei e curiosissimi. Unificati da vapori sulfurei e iscritti pittoricamente nelle gerarchie di una amazing murdery story (che avvampa dietro sé il bagliore di più vasti nutrimenti). L’esteriorità lieve e comunque calcolata delle narrazioni poliziesche fa infine il paio con la funzione di rinvenimento di una verità umana che può anche sorridere della caoticità dell’oggi e che si sospinge sino alla percezione ingannevole delle cose, non temendone gli effetti ma invece ricercandoli.

In questo senso queste “storiette”, per dirla al modo zavattiniano, inverosimili ma imbevute del piacere del racconto, sono le linee di una nostra gravitazione verso la realtà in cui il tratto vitale appare inevitabilmente transeunte ma dove il senso primario è legato al piacere della sorpresa (anche nel senso della battuta, dell’explicit icastico), che è in fondo il retaggio essenziale dello scrivere, come rivelatoci o confermatoci tra gli altri da Roland Barthes.

Così, in conclusione, dopo aver immesso sulla scena dei fantasmi narrativi del nostro libro i “contes” umoristici emiliani (tutt’accanto azzardando una lignée inglese e figure quali Gómez de la Serna o Julio Camba, o l’umorismo spregiudicato e paradossale del magiaro Jenö Heltai, anche lui cimentatosi nella fiaba), mi piace pensare che ci sia in lui, in Lagazzi – o nelle sue scelte – anche qualcosa della sprezzatura intelligente di un Oscar Wilde oppure di un Karl Kraus.

P.S. – La prima volta che sono stato a trovare Paolo Lagazzi in quel di Parma, quando ancora vi teneva casa, mi raccontò di un fatto accadutogli alcune notti prima. Un ladro era salito su per una cola del palazzo dove stava il suo appartamento e vi si era introdotto. Da poco era nata la sua figlioletta. Faceva notte ovviamente: “nottambulo meraviglioso”, Paolo si era alzato forse per controllare il sonno della neonata imbattendosi nell’inatteso Spiderman. Si erano guardati in silenzio, l’intruso vampiro chiuso nel suo mistero, lui deciso a difendere ad ogni costo la sua famiglia. Dopo qualche istante, sempre senza profferir parola il malandrino se ne era andato calandosi altrettanto rapidamente dall’appartamento che dava sul fiume della città, il Parma, così come agile e silente era salito. Che (anche) da quell’accadimento possa essere arrivato uno stimolo fantastico alle “storie notturne” di Lagazzi?

Gualtiero De Santi

 

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Stefano Lecchini: Otto piccoli inchini

Lo scorso anno, Paolo Lagazzi fu invitato dalla rubrica “Fahrenheit” di Radio tre a commentare cinque parole che gli stavano a cuore, una al giorno. Ma l’etere disperde le voci. Così Lagazzi le ha richiamate a raccolta per trascriverle in questo lieve e luminoso libretto (Otto piccoli inchini), lasciando che ad esse si unissero tre brevi omaggi al Maestro zen Fausto Taiten Guareschi, e al suo tempio sui colli fra Fidenza e Salsomaggiore. La natura dell’inchino avvolge con delicatezza ogni pagina, non solo quelle finali dove una mite brezza orientale lucida e slancia verso l’Altrove la dura terra e i duri attrezzi della nostra campagna: perché il “piccolo”, che l’autore porta inciso come un destino nel proprio nome (paulus), appare la via privilegiata per credere all’incredibile, all’invisibile, all’impossibile – forse le uniche cose per cui la vita meriti, ancora oggi, di essere vissuta.

Sono, anche, cinque parole-chiave per entrare nell’opera saggistica e narrativa dello scrittore parmigiano. E se di inchini si tratta, non si poteva cominciare che con “Rispetto”: quell’umile piega che indica la capacità di volgere la direzione del proprio sguardo a una “seconda volta”, a una seconda chance in grado di ridisegnare da capo contorni e prospettive. Ancora allo sguardo si richiama “Poesia”, peculiarità di un “fare” con cui possiamo ripulire la realtà da quel velo di noia e abitudine che ci impedisce di “vederne la bellezza, la profondità e il mistero”. Se “Follia” non sta a significare solo l’abisso in cui affonda ogni vita disertata dalla luce, ma anche la strada, sia pure drammatica, per ritrovare il senso del sacro e le voci degli dèi, “Magia” rappresenta lo spazio arioso in cui è bello “riposare la nostra anima sottraendola per un po’ alla logica del potere e del possesso”: con una “Leggerezza” che sia veramente “freschezza intima, danza dell’anima, apertura alla speranza”, oltre le gabbie del cinismo, delle ideologie e delle mode.

Le bellissime tavole di Daniela Tomerini che impreziosiscono i testi sono spade (o bolle) di colori guizzanti nel vuoto e di vuoto: a riprova che forse solo dall’arte dell’invisibile può nascere ogni piccola e grande felicità del visibile.

 

Stefano Lecchini

 

Paolo Lagazzi, Otto piccoli inchini, Albatros, Roma 2011, pp. 55, euro 10.

 

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