Dono all’Archivio di Stato la mia memoria

Lagazzi, Parma le dedica un’intera giornata…

Sì, sono molto grato, e anche un po’ imbarazzato, per questa specie di festa che due tra le più importanti istituzioni culturali parmigiane, l’Archivio di Stato e l’Assessorato alla Cultura, hanno organizzato per me, per i miei settant’anni.

In cosa consisterà questa specie di festa?

Essenzialmente in due eventi. Al mattino avrà luogo presso l’Archivio di Stato una cerimonia per la donazione che farò all’Archivio di una parte del tanto materiale – manoscritti autografi, dattiloscritti, lettere, eccetera – riguardante alcuni degli scrittori che ho conosciuto, frequentato, letto e studiato nella mia vita; questa donazione sarà presentata dall’attuale direttore dell’Archivio, Graziano Tonelli, e dall’ex direttore Marzio Dall’Acqua (è grazie alla collaborazione di Attilio Bertolucci e mia con quest’ultimo che nel 1992 fu possibile realizzare presso l’Archivio di Stato un fondo dedicato allo stesso Bertolucci. Rispetto a quel fondo, ciò che donerò all’Archivio si porrà in una posizione naturale di dialogo.) Al pomeriggio ci sarà un incontro durante il quale due noti, finissimi critici e studiosi (l’assessore Michele Guerra e Stefano Lecchini) e due celebri poeti e scrittori (Gian Ruggero Manzoni e Davide Rondoni) parleranno della mia opera, dei miei libri di saggistica e narrativa, dei miei interessi, dei miei temi prediletti. A questi interventi seguirà una testimonianza sulla mia attività di insegnante: sarà un mio bravissimo ex allievo, Paolo Scita, a occuparsene. Non si tratterà certo di un convegno: di solito i convegni si dedicano a chi non c’è più… E’ vero che non sono più giovanissimo, ma mi sento ancora piuttosto vivo. Sarà invece un’occasione per ricordare ai parmigiani, attraverso qualche considerazione sul mio lavoro, che la loro, la nostra città non è solo una splendida meta per gli amanti della musica, dell’arte, della moda e del cibo, ma anche una “piccola capitale” della letteratura, un luogo in cui si è letto e scritto molto, in cui si sono tradotti e stampati tanti libri, in cui si sono incontrati autori provenienti da tutta l’Italia e dall’estero, in cui è esistita – e in parte continua a esistere – una società letteraria, una rete di relazioni, rapporti, incontri nutriti da uno spirito di apertura e di dialogo nonostante la proverbiale, direi mitica tendenza di alcuni parmigiani alla chiusura in piccoli gruppi, in circoli o salotti un po’ snob, cioè in forme di elitarismo o individualismo tipiche della provincia.

Come potrebbe cercare di riassumere in breve il senso del suo lungo lavoro letterario?

Credo che molti, a Parma, pensino che io mi sia occupato solo dell’opera di Attilio Bertolucci, ma non è così. È vero che l’ho studiato a fondo, che l’ho letto e riletto cercando di entrare il più possibile in sintonia col suo straordinario mondo poetico; è vero che ho scritto molto su di lui e che ho contribuito a diffondere la conoscenza della sua opera negli Stati Uniti e in Giappone (come ha ricordato in due tra i miei libri più recenti), ma mi sono occupato anche di tanti altri autori antichi e moderni, occidentali e orientali, da Apuleio a Leopardi, da D’Annunzio a Pascoli a Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, da Joseph Conrad a Silvio D’Arzo, da Bernard Malamud a Nikos Kazantzakis, da Massimo Bontempelli a Bruno Barilli, da Victor Segalen a Pietro Citati, da Fernanda Romagnoli a Maria Luisa Spaziani, da Agatha Christie a Giorgio Scerbanenco, da Basho a Kikuo Takano a Makiko Kasuga… Mi sono anche cimentato con la scrittura d’invenzione componendo delle fiabe, dei racconti, un’intervista immaginaria (all’uovo di Colombo!) e due romanzi (uno ancora inedito). Ma fondamentale resta per me l’approccio di Attilio al mistero e alla poesia della vita. Uno dei miei libri dedicati a Bertolucci s’intitola “Reverie e destino”; a tanti anni di distanza dalla sua pubblicazione mi sembra di potermi rispecchiare in quel titolo perché anche il mio destino è stato una sorta di reverie, anch’io ho attraversato la vita e la scrittura fantasticando, quasi senza rendermene conto, procedendo come a occhi semichiusi su sentieri di sabbia o di foglie. In altri termini: i miei libri crescevano e si accumulavano (ormai, tra i miei e quelli curati da me, sono più di una sessantina) ma era come se fosse qualcun altro a scriverli…

Dicendo questo non vorrei dare l’idea di una vita idilliaca, puramente segnata dalla leggerezza. Ho dovuto far fronte, come tutti, a molte difficoltà e anche errori, ma non ho mai perso la fede nella bellezza dei sogni, nella “verità” delle illusioni. A settant’anni suonati, nonostante i segnali d’allarme che ogni giorno il mio corpo mi lancia, continuo a credere che forse non morirò mai.

                                                                                                Davide Barilli

“Un brindisi tra vino e poesia” conferenza a Vinitaly, Verona 2019


A Verona nei prossimi giorni (dal 7 al 10 aprile) si terrà la 53ª edizione di Vinitaly, ormai la più importante manifestazione internazionale dedicata al mondo del vino. A latere rispetto alla fiera vera e propria, riservata soprattutto ai produttori, ai distributori e ai tecnici del settore, avranno luogo dal 5 all’8 aprile molti eventi letterari, artistici e musicali (“Vinitaly and the City”). Tra gli eventi più interessanti si segnala la conferenza sui rapporti tra il vino e la poesia (“I sogni nel bicchiere. Assaggi tra poesia e vino”) che Paolo Lagazzi, il saggista e scrittore parmigiano, terrà nella città scaligera sabato 6 aprile tra le 18 e le 19 nella Loggia Fra’ Giocondo in piazza dei Signori. Poiché da anni Lagazzi vive a Milano, lo raggiungo al cellulare per chiedergli qualche notizia su questo evento.

Lagazzi, perché parlare al pubblico di Vinitaly dei rapporti tra il vino e la poesia?

La chiacchierata che terrò su questo tema nasce da una mia semplice idea. Da tredici anni faccio parte dell’Accademia Mondiale della Poesia di Verona, un’istituzione fondata nel 2001 da poeti e scrittori celebri quali Seamus Heaney, Derek Walcott e Mario Luzi. Ogni anno l’Accademia organizza diversi eventi, in particolare la giornata mondiale della poesia, ma non aveva mai attivato nessuna forma di collaborazione con Vinitaly. Le parole che sabato dedicherò all’incontro tra il vino e la poesia sono soltanto un primo passo per creare tra l’Accademia e Vinitaly un legame che spero darà frutti importanti negli anni.

Pensa che coloro che bevono più o meno abitualmente del vino possano essere interessati ai poeti che hanno scritto dei versi su questa bevanda?

Troppo spesso, credo, il consumo del vino è banalizzato, è ridotto a un fatto puramente abitudinario, a uno dei tanti piccoli riti del consumismo quotidiano. Il vino, invece, è una bevanda intrinsecamente nobile, addirittura sacra, irriducibile alla Coca Cola o alle altre bibite imposte dalle multinazionali americane: nessuno in Occidente può ignorare i fondamenti mitici e religiosi, da Dioniso a Cristo, della cultura del vino. Perdere il “senso” profondo del vino significherebbe smarrire una delle radici-chiave dell’identità dell’Occidente. La mia chiacchierata non potrà spaziare molto perché il tempo che avrò a disposizione sarà limitato, ma credo sia essenziale, anche per i giovani, tentare di riscoprire oggi il vino nelle sue risonanze simboliche, poetiche e sapienziali.

Alla sua conferenza ne seguiranno altre nei prossimi anni?

Sì, vorremmo invitare ogni anno un noto scrittore (non un sommelier o un esperto ma un narratore, un poeta o un critico letterario) che racconti al pubblico di Vinitaly il proprio rapporto col vino e con la poesia, col vino evocato dai poeti e con le qualità “vinose” della poesia.

Le conferenze sono le uniche iniziative culturali che l’Accademia ha proposto a Vinitaly?

No. Intanto desidero ricordare che ognuno di questi incontri, a partire da quello di quest’anno, terminerà con una degustazione (gratuita) guidata da un sommelier. Inoltre l’Accademia lancerà, d’accordo con Vinitaly, un concorso poetico sul vino: chi lo desidera potrà scrivere dei versi dedicati, direttamente o indirettamente, al vino e spedirli alla segretaria dell’Accademia, la signora Laura Troisi. (Il bando del concorso uscirà presto su Internet). I testi inviati saranno valutati da una giuria formata dai poeti Claudio Damiani e Paolo Ruffilli accanto a me. La prima premiazione del concorso avrà luogo nel 2020, nell’ambito della prossima edizione di Vinitaly.

Cosa vuol dire parlando di versi dedicati “direttamente o indirettamente” al vino?

Una poesia può essere “ad alto tasso alcolico” anche se non cita esplicitamente uno o più vini: certi testi di Rimbaud o di Campana non sembrano scritti in stato di ebbrezza?

Bene, non mi resta che brindare idealmente al successo delle vostre iniziative…

                                                                                                                                Remo Curi

Gualtiero De Santi: Furfanterie d’artista

Furfanteria d’artista

di Gualtiero De Santi

Paolo Lagazzi è uno studioso sicuramente straordinario (del suo lungo e fortunato lavoro di saggista occorre ricordare quantomeno i testi critici su Bertolucci, “Attilio” come ancora lo chiama lui), ma da alcuni anni si è anche trasformato in un singolarissimo narratore. Suoi sono infatti due libri di fiabe – La scatola dei giochi del 2000 e La fogliolina del 2006 – cui adesso vanno ad aggiungersi le “Piccole storie notturne” (così il sottotitolo) di Nessuna telefonata sfugge al cielo (Aragno, Torino 2000). Vicende anch’esse singolari e inconsuete di personaggi che si muovono dentro l’oscurità, risolte tuttavia nel giro di umoristiche (o quantomeno umorali) arrotature, all’apparenza anche intelaiabili in un disegno da humour noir. Infine con esiti non inquietanti ma quasi sempre paradossali e sorprendenti.

Il killer della prima storia, Qualcosa di dolce, commette l’errore di destare dal sonno in cui beatamente versa la persona che deve far fuori e finisce così per assumere in sua vece una pastiglia al cianuro; l’imprevidente criminale di Cinque minuti di relax, dopo appunto essersi ben concesso il tempo a lui necessario per riposarsi, allora che finalmente si decide a eliminare la vittima designata scopre che non c’è nessuno in casa e si spara un colpo alla tempia: per non contravvenire alla norma che vuole che con un assassino entrato furtivamente in un appartamento ci debba scappare il morto.

Da quanto ancora si potrebbe desumere dal succitato sottotitolo, le storie di Lagazzi sono brevi, tuttavia mai ridotte a una misura lillipuziana o a minimi termini come avvenne nel caso di tanti autori che gli stanno sicuramente alle spalle (Campanile, Allais, Zavattini, la piccola folla degli autori parmigiani e emiliani). Rispetto ad essi, il nostro ancor giovane raccontatore sta in una relazione antifonale, lui di fronte a loro per certe soluzioni narrative e per gli estri. E qui, oltre al disegno architettonico padano o meglio latamente mitteleuropeo, ma non nel senso di una letteratura della crisi, scatta un’altra suggestione: quella di sortilegi appartenenti a un tipo di scrittore che predilige il fuoco in scena (Bruno Barilli), o che incorre nella magia bianca (Bontempelli) e se si vuole nel doppio (Zavattini). Tutti ambiti trattati da Paolo Lagazzi in un suo libretto di saggi. Ora, il diletto poliziesco si giova anche di uno spettacolo di luci e cristalli e specchi, che appartiene al miglior esprit de divertissement. Come annotato a suo tempo da Chesterton, l’investigatore di un crimine è il critico, laddove il delinquente è l’artista creatore. Rispetto a Zavattini, a Bontempelli, allo stesso Chesterton, Lagazzi ha svolto come meglio non avrebbe potuto fare il ruolo di detective. Ma era fatale che il murdery tale lo trascinasse dall’altra parte della barricata a compitare le proprie esperienze fantastiche della notte. Il fatto è che il suo lavoro critico ha fecondato l’esperienza narrativa, e questa a propria volta ha potuto illuminare con la sua singolare determinatezza l’impegno del saggista. Così nella ragnatela delle storie lagazziane, entra (forse) un altro elemento: quel gusto del disegno preciso e minuziosamente rifinito che potrebbe derivargli dalla frequentazione del mondo nipponico. Un piacere della rifrazione espressiva che non si perde in simbolismi, e che invece dell’intensitàsegnica ama dar chiaroscuri inaspettati ai propri teoremi espressivi, contesti di una sostanza che non deve atterrire, se è vero che queste storie, rubate in origine all’orizzonte anglosassone (Poe) e non solo a quello, sono nate da una richiesta della figlia dell’autore, soddisfatta dei libri di fiaba scritti per lei dal padre ma desiderosa di leggere altro.

Con la sveltezza degli illusionisti, Lagazzi fa uscire dalle maniche dalla propria giornea personaggi eterogenei e curiosissimi. Unificati da vapori sulfurei e iscritti pittoricamente nelle gerarchie di una amazing murdery story (che avvampa dietro sé il bagliore di più vasti nutrimenti). L’esteriorità lieve e comunque calcolata delle narrazioni poliziesche fa infine il paio con la funzione di rinvenimento di una verità umana che può anche sorridere della caoticità dell’oggi e che si sospinge sino alla percezione ingannevole delle cose, non temendone gli effetti ma invece ricercandoli.

In questo senso queste “storiette”, per dirla al modo zavattiniano, inverosimili ma imbevute del piacere del racconto, sono le linee di una nostra gravitazione verso la realtà in cui il tratto vitale appare inevitabilmente transeunte ma dove il senso primario è legato al piacere della sorpresa (anche nel senso della battuta, dell’explicit icastico), che è in fondo il retaggio essenziale dello scrivere, come rivelatoci o confermatoci tra gli altri da Roland Barthes.

Così, in conclusione, dopo aver immesso sulla scena dei fantasmi narrativi del nostro libro i “contes” umoristici emiliani (tutt’accanto azzardando una lignée inglese e figure quali Gómez de la Serna o Julio Camba, o l’umorismo spregiudicato e paradossale del magiaro Jenö Heltai, anche lui cimentatosi nella fiaba), mi piace pensare che ci sia in lui, in Lagazzi – o nelle sue scelte – anche qualcosa della sprezzatura intelligente di un Oscar Wilde oppure di un Karl Kraus.

P.S. – La prima volta che sono stato a trovare Paolo Lagazzi in quel di Parma, quando ancora vi teneva casa, mi raccontò di un fatto accadutogli alcune notti prima. Un ladro era salito su per una cola del palazzo dove stava il suo appartamento e vi si era introdotto. Da poco era nata la sua figlioletta. Faceva notte ovviamente: “nottambulo meraviglioso”, Paolo si era alzato forse per controllare il sonno della neonata imbattendosi nell’inatteso Spiderman. Si erano guardati in silenzio, l’intruso vampiro chiuso nel suo mistero, lui deciso a difendere ad ogni costo la sua famiglia. Dopo qualche istante, sempre senza profferir parola il malandrino se ne era andato calandosi altrettanto rapidamente dall’appartamento che dava sul fiume della città, il Parma, così come agile e silente era salito. Che (anche) da quell’accadimento possa essere arrivato uno stimolo fantastico alle “storie notturne” di Lagazzi?

Gualtiero De Santi

 

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Stefano Lecchini: Otto piccoli inchini

Lo scorso anno, Paolo Lagazzi fu invitato dalla rubrica “Fahrenheit” di Radio tre a commentare cinque parole che gli stavano a cuore, una al giorno. Ma l’etere disperde le voci. Così Lagazzi le ha richiamate a raccolta per trascriverle in questo lieve e luminoso libretto (Otto piccoli inchini), lasciando che ad esse si unissero tre brevi omaggi al Maestro zen Fausto Taiten Guareschi, e al suo tempio sui colli fra Fidenza e Salsomaggiore. La natura dell’inchino avvolge con delicatezza ogni pagina, non solo quelle finali dove una mite brezza orientale lucida e slancia verso l’Altrove la dura terra e i duri attrezzi della nostra campagna: perché il “piccolo”, che l’autore porta inciso come un destino nel proprio nome (paulus), appare la via privilegiata per credere all’incredibile, all’invisibile, all’impossibile – forse le uniche cose per cui la vita meriti, ancora oggi, di essere vissuta.

Sono, anche, cinque parole-chiave per entrare nell’opera saggistica e narrativa dello scrittore parmigiano. E se di inchini si tratta, non si poteva cominciare che con “Rispetto”: quell’umile piega che indica la capacità di volgere la direzione del proprio sguardo a una “seconda volta”, a una seconda chance in grado di ridisegnare da capo contorni e prospettive. Ancora allo sguardo si richiama “Poesia”, peculiarità di un “fare” con cui possiamo ripulire la realtà da quel velo di noia e abitudine che ci impedisce di “vederne la bellezza, la profondità e il mistero”. Se “Follia” non sta a significare solo l’abisso in cui affonda ogni vita disertata dalla luce, ma anche la strada, sia pure drammatica, per ritrovare il senso del sacro e le voci degli dèi, “Magia” rappresenta lo spazio arioso in cui è bello “riposare la nostra anima sottraendola per un po’ alla logica del potere e del possesso”: con una “Leggerezza” che sia veramente “freschezza intima, danza dell’anima, apertura alla speranza”, oltre le gabbie del cinismo, delle ideologie e delle mode.

Le bellissime tavole di Daniela Tomerini che impreziosiscono i testi sono spade (o bolle) di colori guizzanti nel vuoto e di vuoto: a riprova che forse solo dall’arte dell’invisibile può nascere ogni piccola e grande felicità del visibile.

 

Stefano Lecchini

 

Paolo Lagazzi, Otto piccoli inchini, Albatros, Roma 2011, pp. 55, euro 10.

 

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Cinquanta foglie. Tanka giapponesi e italiani in dialogo.

Il “tanka” è una forma lirica giapponese molto antica, addirittura precedente il celebre haiku di tre versi; il suo ruolo-chiave nella storia della poesia nipponica comincia nell’ottavo secolo d.C. (allora si chiamava waka) e si protrae fino ai nostri giorni. La struttura metrica del tanka è di cinque versi privi di rime e così divisi: quinario / settenario / quinario / settenario / settenario. Nel periodo classico della storia giapponese, l’epoca Heian, il tanka era spesso usato come veicolo di messaggi amorosi o di scambi di pensieri tra amici: a un tanka inviato, spesso scritto su un biglietto speciale, appoggiato a un ventaglio o legato a un ramo fiorito, rispondeva un tanka di ritorno. Ispirandosi a quell’antico cerimoniale Paolo Lagazzi, noto saggista e scrittore, da anni impegnato nella diffusione della poesia giapponese in Italia, ha scelto venticinque tanka giapponesi recenti e li ha proposti in traduzione italiana, uno per ciascuno, a venticinque poeti italiani invitandoli a rispondere con un loro tanka. A loro volta i tanka italiani sono stati tradotti in giapponese, in modo che tutti i testi possano essere letti sia in Giappone che in Italia. Arricchita da tavole di Satoshi Hirose e Daniela Tomerini, un’antologia come questa è una testimonianza di grande valore simbolico: nell’età della nuova intolleranza, essa ci ricorda che anche tra culture profondamente diverse è sempre possibile il confronto pacifico.

Copertina flessibile: 93 pagine

Editore: Moretti & Vitali (27 ottobre 2016)

Collana: Fabula

ISBN-13: 978-8871866628

Light stone

 

Light Stone, il primo romanzo di Paolo Lagazzi, è fortemente legato al Giappone, e non solo nella vicenda amorosa che lega il protagonista, un violinista ormai in là con gli anni, a una giovane e misteriosa ragazza giapponese. Il vecchio violinista sacrificherebbe tutto quello che ha costruito, persino la sua famiglia, per poter stare con lei, intravista di sfuggita una sera all’uscita da un locale; ma la ragazza sembra sempre più ritrarsi di fronte al crescendo di sentimenti, all’arrembaggio psicologico del protagonista. Si tratta di un romanzo sulla patologia dell’amore, ma anche sul confronto e sullo scontro di due mentalità e di due culture lontanissime: il violinista, profondo conoscitore del Giappone, si scopre del tutto incapace di comprenderne davvero l’identità, anche perché, forse, quell’identità si è ormai irrimediabilmente eclissata o riesce appena a sopravvivere in un contesto chiuso e quasi clandestino, dove nessun occidentale riuscirà mai ad entrare.

Copertina flessibile: 224 pagine

Editore: Passigli (11 dicembre 2014)

Collana: Passigli narrativa

ISBN-13: 978-8836814688

La stanchezza del mondo. Ombre e bagliori dalle terre della poesia

 

Ripercorrere il senso, il ruolo e il valore che la poesia può ancora avere nel mondo è un compito che va ben oltre le questioni linguistiche o di poetica, il vaglio degli strumenti retorici o le annose discussioni sul canone: è un compito che chiede a tutti noi – poeti, critici o puri lettori – il coraggio di considerare con chiarezza la situazione dell’uomo in questo momento storico. Se fosse possibile individuare una chiave per descrivere i nostri anni nel loro insieme, cosa potremmo dire se non che questa è l’età della stanchezza? Innumerevoli opere, non solo di poesia, grondano oggi stanchezza: sono voci opache, espressioni d’apatia, testimonianze d’una vitalità ottusa e perplessa benché non di rado ammantata di colori falsamente sgargianti. Presi in un intreccio inestricabile fra la stanchezza delle parole e le parole della stanchezza, gli uomini appaiono sempre più rassegnati, incapaci di credere davvero che qualche grande novità possa trasformare in meglio la storia. Ciò nonostante nella poesia resiste una forza refrattaria alla tentazione di adagiarsi nel sentimento dello sfacelo. È forse un caso se già Hölderlin aveva osservato, in limine alla grande crisi del moderno, “ciò che resta lo fondano i poeti”

Copertina flessibile: 257 pagine

Editore: Moretti & Vitali (13 novembre 2014)

Collana: I volti di Hermes

ISBN-13: 978-8871865850

Mondo Uovo: Dialogo veritiero con l’uovo di Colombo

Come tutte le creature e gli oggetti, anche le uova parlano: basta saperle ascoltare per sentirne la voce. E l’uovo di Colombo ha molto da dire non solo sullo scopritore delle Americhe, ma anche sul rapporto tra la bellezza e la violenza, sulla necessità di non chiudersi in “castelli di idee catafratte”, sul mondo come intarsio di identità e differenze, e su tante altre cose. Sollecitato a esprimersi da Lagazzi, nel dialogo raccolto in questo piccolo libro l’uovo di Colombo parla, liberato finalmente dalla polvere del proprio mito.

Copertina flessibile: 40 pagine

Editore: La Vita Felice; Prima edizione (10 dicembre 2013)

Collana: Dialoghi sul filo

ISBN-13: 978-8877995742

Le lucciole nella bottglia

Pochi poeti hanno saputo esprimere, come Umberto Piersanti, il miracolo della vita sullo sfondo di quelle minacce che si agitano di continuo dagli scenari oscuri della Storia, del tempo, della realtà. Per quanto tesa alla bellezza, la vita è sempre sull’orlo dello sgretolamento e del nulla come un dono prezioso e fragilissimo. Innumerevoli ombre, malattie, guerre – o anche solo l’immensa forza del tempo – sovrastano il bisogno degli uomini di sentirsi liberi, di abbandonarsi al battito dei sensi, di gustare i sapori terrestri e, attraverso tutto ciò, di rinnovare senza fine la fiamma della propria anima. Ma solo in apparenza la Realtà può trionfare su quel sogno immortale che è la vita. Questo sogno è più forte di ogni cosa, per quanto, allo stesso tempo, fragile come le lucciole che, in un gioco infantile, il poeta chiudeva in un fiasco per liberarle poi come scie di luce, pulviscoli di stupore, filamenti di piccole stelle.

Copertina flessibile: 138 pagine

Editore: Archinto (5 settembre 2012)

Collana: Le mongolfiere

 

ISBN-13: 978-8877686145

Otto piccoli inchini

 

Questo non è un libro vero e proprio: vorrebbe essere, piuttosto, qualcosa di lieve e fluttuante come una cadenza cerimoniale di piccoli inchini, e insieme qualcosa di franco e schietto come uno scambio di strette di mano tra amici. Nelle sue pagine, brevi riflessioni di Paolo Lagazzi sul senso di parole quali poesia, follia e magia, o sulla straordinaria figura di un maestro zen, si alternano con alcune tavole a colori di Daniela Tomerini in un contrappunto tra emozioni e pensieri, passi e soste, voci e silenzi.

Copertina flessibile: 55 pagine

Editore: Gruppo Albatros Il Filo (14 ottobre 2011)

Collana: Nuove voci

ISBN-13: 978-8856750560